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MOZIONE AUTONOMIA REGIONALE, LA MIA RELAZIONE E LA RISOLUZIONE NON APPROVATA DALLA MAGGIORANZA – #2Video

MOZIONE DEL CONSIGLIERE BRAIA E ALTRI SULL’AUTONOMIA REGIONALE ARTICOLO 116 DELLA COSTITUZIONE

LUCA BRAIA

Scarica qui la MOZIONE – la RELAZIONE – la RISOLUZIONE in PDF.

Grazie, Presidente. Le voglio annunciare che la mia posizione, seppur comprendendo la sua, non è assolutamente in linea, me ne dispiace, perché penso che partiamo da punti di vista un po’ differenti e soprattutto partiamo dal fatto che qualche elemento in più di valutazione andrebbe fatto alla luce di studi che probabilmente, spero, anche in questo Consiglio si siano realizzati per poter valutare fino in fondo quelli che sono gli effetti ad oggi della proposta incardinata addirittura nel prossimo Consiglio dei Ministri che potrebbe venire alla luce e che potrebbe dare il via ad un’autonomia differenziata che invece io ritengo sia molto penalizzante per il mezzogiorno.

A nulla valgono gli auspici, gli atti che si stanno consumando sono al limite del paradossale, proprio per il sud e proprio per la Basilicata, quando il treno viaggia e quando il treno parte è difficile fermarlo o cambiarne la direzione.

Mi consentirete però di introdurre questo delicatissimo argomento, che ho voluto si svolgesse in una seduta quasi monotematica, leggendo l’art.3 della Costituzione Italiana che ritengo venga messo da questa proposta fortemente in discussione, se non materialmente calpestato, questa proposta di autonomia differenziata che ha una evidente trazione di Lega Nord.

L’art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.

È assolutamente opportuno, caro Presidente, ricordare che il processo di messa in discussione per fare realtà e chiarezza di tale straordinario principio e senso di civiltà che tiene unito il Paese è stata la riforma del titolo quinto della Costituzione, frutto del 2001 dell’accordo tra PDS e Forza Italia fatto per arginare le mire secessionistiche della Lega Nord Padania. Tale modifica unitamente ad altre succedutesi nel tempo hanno reso possibili tre cose,

uno: la richiesta delle regioni di annettersi definitivamente la legislazione di tutte o solo alcune delle 23 materie elencate nell’art. 117 della Costituzione riformato nel 2001 al comma 3;

secondo: destinare alla legislazione concorrente Stato – Regioni traesse sanità, sicurezza sul lavoro, beni culturali, ricerche e infrastrutture;

terzo: il passaggio alle Regioni delle norme generali sull’istruzione insieme alla tutela dell’ambiente e all’ecosistema.

Caro Presidente e cari colleghi, l’eguaglianza dei cittadini e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese sono diritti fondamentali che nessun governo di qualunque colore politico deve dimenticare, nessuna visione o concetto di federalismo fiscale o autonomia differenziata a solo vantaggio di questa o quella regione a discapito di altre deve farci dimenticare di essere parti costitutive di una unica e sola nazione.

Una uguaglianza che costa ovviamente svariati miliardi e a nessuno ritengo debba essere permesso di aggirare questo concetto di stato sociale percorrendo le scorciatoie che piegano le regole, provano ad eludere e a tratti calpestano la Costituzione mettendo in piedi azioni che provano ad attribuire a regioni del sud alle quali dall’Unità d’Italia ad oggi non si è riusciti a garantire un livello minimo di infrastrutture materiali ed immateriali ancora una volta meno diritti e meno risorse economiche.

Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle regioni a statuto ordinario ai sensi dell’art.116 terzo comma della Costituzione si è imposto al centro del dibattito a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna nel 2017.

E’ utile sottolineare che dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il governo Gentiloni, 28 febbraio 2018, 4 giorni prima delle elezioni, su richiesta delle tre regioni stesse il negoziato è proseguito con questo governo Lega – 5 Stelle, ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto;

Nella seduta del 14 febbraio 2019 il Ministro degli Affari Regionali E4rika Stefani ha illustrato in Consiglio dei Ministri contenuti dell’intesa da sottoporre alla firma, nel frattempo però altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia, ed esattamente Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Marche e Campania.

Qusto è il quadro, da aprile 2018 ad oggi decine sono stati gli incontri tra il Governo e le singole regioni, ciascuna con richieste differenti ma tutti con la medesima convinzione, paghiamo più tasse e quindi è arrivato il momento che le stesse le tratteniamo noi e le gestiamo noi perché esigiamo di più e migliori servizi per le nostre comunità, questo è l’incipit del ragionamento delle tre regioni.

È evidente a tutti che tale istanza porta inevitabilmente a una potenziale realizzazione anche solo a titolo esemplificativo di tre scenari, 20 sistemi scolastici differenti, probabile conseguenza l’abrogazione del valore legale del diritto allo studio, 20 sistemi sanitari differenti e la possibile definitiva distruzione del sistema sanitario nazionale, una possibile cancellazione del senso del valore del contratto collettivo nazionale ridotto a poco più di un accordo cornice su cui inesorabilmente interverranno i contratti regionali.

L’autonomia differenziata, così come impostata e con il livello di informazione e determinazione a cui si è giunti, oltre a rimanere un tema dell’assetto istituzionale del paese, se non attentamente ponderata, porterà conseguenze pesantissime per la nostra regione. A rischio, come detto, ci sono i principi di uguaglianza, di solidarietà, delle pari opportunità, l’interesse generale, la funzione della Repubblica ed i diritti civili e sociali.

E’ evidente che, se dovesse passare il provvedimento, l’Italia differenziata non sarà più una Repubblica Democratica fondata sul lavoro e non sarà più compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono in pieno svolgimento della persona, sviluppo della persona, ma saremmo un popolo parcellizzato, vincolato e mosso non più ad un’appartenenza politica, etica, culturale, ma dalla rivalsa, dalla rivendicazione rancorosa dei propri privilegi, dei propri servizi e dei propri diritti, l’esaltazione del ciascuno per sé, il trionfo dell’individualismo, del localismo come paradigma, la convinzione che sia assai più importante promuovere la competitività delle aree più forti del Paese, piuttosto che puntare ad un rilancio dell’intera economia nazionale.

Ritengo che sarebbe l’inizio della fine di un modello sociale, politico, culturale, l’inizio di un percorso inesorabile che potrebbe portarci diritti verso una secessione, così come l’ha definita l’economista Gianfranco Viesti, “Secessione dei ricchi”, nell’indifferenza del popolo ed in particolare di quello del Mezzogiorno del Paese, che faremmo bene  a richiamare , a definire una comune intesa, una comune proposta, evenienza da evitare con tutte le nostre forze, perché il modello che si vuole realizzare è quello per cui le Regioni a più alto reddito trattengono una parte maggiore delle tasse, raccolte sul proprio territorio, sottraendoli alla fiscalità nazionale.

I diritti universali, già minati dalla modifica dell’Articolo 81 della Costituzione, che viene inserito l’equilibrio di bilancio, saranno un optional più o meno raggiungibile, non perché sia compito della Repubblica garantirli, ma perché variano sulla base del certificato di residenza. Ecco perché è urgente e necessario il dibattito pubblico.

I cittadini e le cittadine di Basilicata hanno il diritto di conoscere prima di tutto quale sia la posizione del Governo e del Consiglio Regionale sul tema. Tale esigenza diventa assolutamente urgente, perché nel programma di mandato del nuovo Governo Nazionale Lega – 5 Stelle, venuto fuori dall’elezione del 4 marzo 2018, si è voluto includere nel cosiddetto contratto di Governo, il punto 20 che cita: “Riforme Istituzionali, Autonomie e Democrazia diretta”, e che testualmente recita: “Sotto il profilo del regionalismo l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di governo, l’attribuzione per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedono, di maggiore autonomia, in attuazione dell’Articolo 116, Terzo Comma della Costituzione, portando ad una rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse. Questo percorso di rinnovamento”, cita sempre il Punto 20 “Dell’assetto Istituzionale, dovrà dare sempre più forza al regionalismo, dice 5 Stelle e Lega, applicando Regione per Regione la logica delle geometrie variabili, che tenga conto sia delle peculiarità e della specificità delle diverse realtà territoriali, sia della solidarietà nazionale, dando spazio alle energie positive e alle sfide propulsive espresse dalle collettività sociali”. Conclude il Punto 20: “Occorre, inoltre, utilizzare il modello dei costi standard per i servizi regionali e locali”.

Quanto ho appena letto è inserito nel contratto di Governo di questo Governo, Lega – 5 Stelle, che non chiarisce quale metodologia vuole adottare per il calcolo dei costi standard, nulla dice circa il tema dei fabbisogni standard, o su quello delle capacità fiscali, soprattutto dei livelli essenziali delle prestazioni, cosiddetti LEP, forse, spero, perché esplicitamente richiamati nella Costituzione Italiana, e che quindi si presume vadano ufficialmente definiti, approvati e di conseguenza applicati, prima di avviare qualsiasi processo di autonomia differenziata per qualsivoglia regione italiana.

Vi è quindi un aspetto fondamentale di cui si deve inevitabilmente tenere conto, e che noi da quest’aula, prima di ogni altro ragionamento politico dobbiamo ufficialmente chiedere di attuare per consentire a tutti gli italiani, e quindi anche ai lucani, di godere degli stessi diritti di cittadinanza, in particolare dello stesso livello essenziale delle prestazioni pubbliche più importanti, la Costituzione prevede all’Articolo 117 al punto M che lo Stato abbia l’onere della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, i cosiddetti LEP.

L’Articolo 120 della Costituzione richiede poi che sia mantenuta la tutela dell’unità giuridica e dell’unità economica, ed in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti sociali e civili. L’importanza dei LEP è ribadita con forza anche nella legge 42/2009, attuativa del Federalismo Fiscale. Tale determinazione non è però mai avvenuta dal 2001 ad oggi.

E’ evidente che la quantificazione dei LEP debba essere preliminare a quella dei fabbisogno standard per i servizi pubblici, dato che essi dovrebbero in primo luogo mirare a garantire proprio quei basilari diritti di cittadinanza definiti dal Legislatore Nazionale.

Tale necessità evidenzia, a tutela principalmente delle Regioni del Mezzogiorno e della Basilicata, che basare i meccanismi di finanziamento.

Presidente, mi dispiace che il Presidente Bardi preferisce altro alla discussione, molto mi dispiace, questa è una discussione da cui dipende il futuro della nostra comunità. Basare i meccanismi di finanziamento sui cosiddetti fabbisogni standard, assumendo come termine di riferimento il costo storico e la capacità fiscale, ovvero il gettito dei tributi maturati nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, è un’assurda condizione, inaccettabile.

E’ inaccettabile condizione che vedrà le Regioni con il PIL più alto ricevere più risorse per ospedali, scuole, servizi, e comporterà per le Regioni economicamente più deboli vedersi aggiungere al deficit storico di infrastrutture, di sviluppo, e quindi di servizi sociali e di reddito, frutto di 50 anni di politica antimeridionalista, il paradosso anche di vedersi assegnate meno risorse delle attuali, venendo così meno al principio di perequazione e solidarietà che dovrebbe garantire i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili a tutti i cittadini e le cittadine italiane ovunque residenti. Va  una volta per sempre eliminata la convinzione che il Sud riceva più del Nord.

La spesa pubblica del Sud non ha mai raggiunto il 34%, percentuale coincidente con la popolazione del Mezzogiorno. Una verità va detta, un tentativo il Governo Renzi – Gentiloni l’ha fatta di portare al 34% gli investimenti per il Sud, prontamente siamo tornati indietro con questo Governo. E la spesa pro capite al sud non è mai andata superiormente al 28%. L’idea di autonomia differenziata che si sta perseguendo, basata sulla gestione del proprio gettito fiscale, metterà a rischio la questione sociale di una comunità, la qualità e la quantità di servizi essenziali per cittadini e cittadine quali trasporti, sanità e istruzione.

La definizione dei LEP è quindi precondizione ineludibile prevista dalla Costituzione Italiana, così come il fondo perequativo che non può essere che al 100%.

Quattro sono i capisaldi su cui si basa l’autonomia differenziata proposta oggi dal Governo: capacità fiscale, fabbisogni standard, definizioni dei livelli essenziali delle prestazioni e fondo di solidarietà ai Comuni.

Capacità fiscale che cos’è, è la capacità dei Comuni e delle Regioni a Statuto Ordinario, di generare gettito tributario di spettanza a ciascun ente locale, applicando l’aliquota ordinaria in assenza di maggiorazione o riduzione di imposta ed accise dell’ente. La stima viene effettuata considerando le basi imponibili puntuali dei principi tributi comunali: IMU, TASI, IRPEF, Addizionale IRPEF. Il residuo fiscale è una stima, non un dato oggettivo, si ottiene sottraendo la spesa pubblica complessiva che ha luogo nel territorio, dall’ammontare del gettito fiscale generato dai contribuenti residenti nello stesso territorio. Se la differenza è negativa, Presidente, quel territorio riceve meno spesa rispetto alle tasse versate. Ciò significa che se non facesse parte di una comunità nazionale più ampia, potrebbe permettersi una spesa maggiore, è il sogno del Nord. Ad oggi la capacità fiscale è stimata in 25  miliardi di euro circa, di cui quasi il 50 % si riferisce a gettito IMU e TASI. La capacità fiscale pro capite per il totale dei Comuni e delle Regioni a Statuto ordinario, è pari a 475 euro di media. I Comuni e le Regioni del Centro – Sud hanno una capacità fiscale sempre ben al di sotto del valore medio totale.

Su questo aspetto il testo di Marco Esposito, che invito tutti i colleghi a leggerlo, si chiama “Zero al Sud”, citerò anche più avanti.

Si riporta che dalla Bicamerale Giorgetti, confermato dalla relazione di Tria di qualche mese fa, spero che l’avete letta, fatta al COPAFF, emerge con sorpresa, ma dà l’idea della struttura ipotetica in atto, colleghi. Il top della ricchezza in Italia da quello studio risulta non la Lombardia, ma la Liguria, per effetto delle seconde case. La Liguria ha 776 euro per abitante, mentre la Basilicata è penultima per capacità fiscale con 268 euro per abitante, il 34% del massimo rispetto ad una media di 475 euro, quindi noi abbiamo capacità fiscale pari a 268, lo rimarco e lo ripeto, e la Liguria, non la Lombardia addirittura, ha una capacità fiscale pari a 776, risulta la prima in Italia perché vengono calcolate anche le seconde case.

Cos’è il fabbisogno standard? Costituiscono i parametri su cui correlare le sfere degli enti locali che attengono ai diritti fondamentali di cittadinanza, mentre per le altre occorrenze di spesa la copertura dei fabbisogni finanziari viene affidata e misura maggiore al finanziamenti con gli strumenti propri dell’autonomia tributaria per le quali si prevede una perequazione delle capacità fiscali, ossia un finanziamento delle funzioni che tiene conto dei livelli di ricchezza differenziale dei territori. A testimonianza di un’altra stortura grande che esiste in questa proposta di autonomia differenziata è quella ancora una volta rilevata…

INTERRUZIONE DEL PRESIDENTE CICALA

Scusa, collega Braia, chiedo scusa, ti inviterei ad arrivare a conclusioni così…

BRAIA

I fabbisogni standard ed è giusto ricordare…

PRESIDENTE (CICALA)

Consigliere Braia, quanto stabilito nella Conferenza dei Capigruppo abbiamo concordato, però dare la possibilità anche perché l’argomento è davvero importante, diamo la possibilità a tutti i Consiglieri di…

BRAIA

Presidente, io sono rammaricato, lei non ha idea di che cosa stia in campo in questo momento in questa Regione, in questa Italia e lei si attacca al minuto in più o al minuto in meno per gestire una dinamica politica che ha una dimensione nazionale? La prego, l’ho chiesto…

PRESIDENTE (CICALA)

Consigliere Braia, moderi i toni e abbia rispetto per quest’assemblea. Ho avuto un incontro poco fa, che sia chiaro, in Conferenza dei Capigruppo abbiamo chiesto e concordato insieme a tutti i Capigruppo qui presenti che dobbiamo mantenerci in un tempo utile per dare la possibilità a tutti i Consiglieri e il mio compito è quello di garantire le prerogative di ogni Consigliere, quindi abbi un tono rispettoso nei confronti del Presidente, va bene? Pertanto le chiedo nuovamente di arrivare alle conclusioni così diamo la possibilità a tutti di poter discutere su questo argomento molto importante, ci sarà anche tempo e modo per proseguire, prego, concluda.

BRAIA

Io avevo ancora dall’incontro che abbiamo avuto, signor Presidente, avevamo conteggiato 20 minuti almeno fino a 25, questo avevamo concordato, ne sono passati 15 e lei mi ha interrotto.

PRESIDENTE (CICALA)

Sono scattati i 20 minuti perché avevo messo il timer a 20.

BRAIA

15, ma quando? Era a 15.

PRESIDENTE (CICALA)

Ho sbagliato, va bene. Ecco, come vede, quando bisogna di cercare avere un po’ più di tempi giusti in modo tale da dare a tutti quanti la possibilità di restare concentrati, quindi le concedo…, chiedo scusa, le concedo altri 5 minuti, prego.

BRAIA

Mancano 5 ai 20 minuti.

PRESIDENTE (CICALA)

Faccio riavviare il timer, ma non attacchiamoci a queste piccolezze altrimenti diamo una cattiva immagine a chi ci segue.

BRAIA

La stiamo già dando, Presidente.

PRESIDENTE (CICALA)

Prego, Consigliere, continui.

BRAIA

I fabbisogno standard è giusto ricordare sono stati redatti da un organismo denominato COPAF, Commissione Paritetica Attuazione Federalismo Fiscale, le tabelle mai corrette sono state approvate.

In queste tabelle, Presidente, ci sono 4.367 zero, sapete a cosa si riferiscono? Sono i Comuni che praticamente per i quali non sono stati registrati in fase di ricognizione l’esistenza di asili nido, su 702 Regioni a statuto ordinario lo zero erano i fabbisogni esistenti esclusivamente in corrispondenza di questi Comuni e non perché negli stessi non ci fossero i bambini a spiegare i fabbisogni, ma perché non vi erano proprio per varie ragioni gli asili nido, ne consegue che ben 4367 Comuni non sarebbero meritevoli in questa proposta di alcuna considerazione rispetto a questo fabbisogno, insomma contano gli edifici e non i bambini, nonostante nel 2018 gli asili nido non erano più in servizio a domanda individuale.

La quantificazione dei fabbisogni standard quindi implica scelte politiche per questo è opportuno che siano definiti in modo trasparente e comprensibile l’opinione pubblica, l’applicazione dei fabbisogni standard determina oggi il riconoscimento di una spesa standard superiore alla spesa storica nei Comuni di 10 Regioni, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Umbria, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e Calabria, il riconoscimento di una spesa standard inferiore alla spesa storica nei Comuni di Lombardia, Liguria, Toscana, Lazio e Abruzzo.

Pertanto è inaccettabile per una non volontà o incapacità di fare calcoli e valutazioni il principio che questi fabbisogni standard si portano dietro legati al fatto che chi non ha un servizio è perché non ne ha diritto, non perché non gliel’hanno riconosciuto.

Poiché sarà utile all’esempio finale, ricordo nell’aula che nella relazione del Ministro Tria come evidenzia anche il libro di Esposito viene riportato che il fabbisogno standard della Liguria, fabbisogno standard, risulta pari a 566 euro per abitante, mentre quello della Basilicata 468, poi tornerà utile questo elemento.

Fondo di solidarietà nazionale, sui lep ho già espresso la mia valutazione, non esistono e non si può da loro precludere, il fondo di solidarietà nazionale istituito nel 2013 oggi è lo strumento di perequazione fiscale, finalizzato ad assicurare un’equa distribuzione delle risorse ai Comuni svolgendo una funzione di compensazione delle risorse storiche.

In relazione al fondo di solidarietà nazionale il percorso avviato nel 2015 porterà nel 2021 a passaggio dal criterio dalla spesa storica fonte di squilibrio e distorsioni delle risorse ad una distribuzione basata integralmente sui meccanismi perequativi che prendono in considerazioni i fabbisogni standard delle capacità fiscali standard.

Nel leggere la relazione del 19 aprile fatta da Tria al COPAF si evince chiaramente l’inadeguatezza dello stato di attuazione ad oggi possibile allorquando recita Il Ministro Tria, fabbisogni standard, la conferenza Stato-città per limitare gli effetti ridistribuitivi del nuovo sistema attraverso complesse soluzioni tecniche quali il livello dei servizi per le funzioni costo e il target perequativo del fondo è da calcolarsi al 50% straordinario, le clausole di salvaguardia per limitare gli eccessi, quindi in base a questo ragionamento dal calcolo fatto in assenza totale dei lep se oggi dovessimo accettare questo impianto, Presidente, oltre a tutte le valutazioni sociali in premessa contenute consentiremmo che per esempio in Basilicata in assenza dei lep quindi in definitezza dei servizi minimi necessari esistenti facendo leva sull’esistente storico avendo una capacità fiscale come detto sopra di 268 euro per abitante, fabbisogno standard di 468, il delta è 200, ma siccome il fondo di solidarietà è utilizzabile al 50% avremmo solamente 100, quindi di servizi attuale è la metà di quello che avremmo dovuto avere come impostazione, come accordo in via di determinazione.

Capisce bene che questo impianto è assolutamente assurdo e nonostante tutto noi non siamo contrari in maniera ideologica a prescindere da un’autonomia che sappia, ma siamo attenti a valutare condizioni che sappiano tenere insieme le esigenze di maggiore efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione e allo stesso tempo garantiscono a tutti i cittadini uguali diritti difronte alla legge e soprattutto al fisco, ma anche sul lato appunto dei diritti sociali e civili.

Una chiara valutazione di impatto per la nostra Regione per raggiungere questo obbiettivo prioritario e condividere alcuni punti oggetto del confronto tra Regione e Governo,

  • riconoscimento delle competenze richieste dalle Regioni,
  • definizione per ciascuna competenza dei livelli essenziali delle prestazioni,
  • monitoraggio pubblico,
  • il ruolo centrale del Parlamento,
  • il pieno finanziamento degli enti locali delle funzioni pubbliche assegnate,
  • il collegamento dell’erogazione delle risorse alla verifica dell’efficienza della spesa,
  • il recupero della potestà statale ed è una chiara valutazione di impatto per la nostra Regione con la definizione di tutti i correttivi necessari anche legislativi legati alla gestione diretta ed esclusiva di tutte le entrate fiscali, nazionali e regionali derivanti e generate dallo Stato, per lo Stato dalla gestione delle estrazioni petrolifere, gas, risorse idrica destinata a recuperare gap infrastrutturale, produttivo e quindi economico oltre che occupazionale ad oggi esistente.
  • Solo in questo modo l’autonomia delle Regioni potrebbe rappresentare anche per la Basilicata un elemento di valutazione come strumento per migliorare la vita dei cittadini e non una scorciatoia per alimentari egoismi territoriali e luoghi comuni.

Vi chiedo, sarà oggetto di una richiesta che confluirà in una risoluzione al termine di questo Consiglio, di rendersi coscienti che sono anche gravi due aspetti ulteriori e – chiudo – evidenziati dalla nota di relazione del Dipartimento degli Affari Giuridici e Legislativi agli atti della Commissione, nei giorni scorsi.

C’è un grande paradosso – dice – che vede in mancanza della definizione dei fabbisogni standard dopo 3 anni dal varo delle intese le Regioni con maggiore autonomia ricevere un insieme di finanziamenti superiori alla stessa spesa storica che si vorrebbe abolire, facendo invece lievitare consistentemente  il debito pubblico del Paese.

Vi è assoluta mancanza negli schemi di Veneto, Lombardia, di una disposizione che confermi limiti costituzionali alle deleghe e il ruolo dello Stato unitario, lo dice il Dipartimento per gli affari Giuridici e legislativi.

A ciò si aggiunge al dura requisitoria del procuratore generale della Corte dei conti, Presidente, nel corso della presentazione del rendiconto generale dello Stato che esprime serie preoccupazioni per gli effetti assai deleteri che ci sarebbero se si spingesse la crescita solo in alcune parti del Paese con una visione meramente localistica.

Un altro minuto e ho chiuso, Presidente. Ritengo appaia ora chiaro da quanto ho esposto che si debba scongiurare un modello che esplicita l’esistenza di cittadini di serie A e cittadini di serie B, solo perché residenti nelle Regioni del Sud, dove, con arbitrarietà di indicatori si attribuiscono meno o zero fabbisogni standard.

Da “Prima gli italiani” passeremo al prima “Alcuni italiani”, i più ricchi, presunti produttivi, coloro che ritengono di avere il diritto di scrollarsi dalle spalle il pesante fardello del sud, perché costituenti la locomotiva del Nord che trascina il Paese. Invece siamo tutti italiani e con uguali diritti.

Chiudo citando Piero Calamandrei, da una delle sue lezioni del 1955 agli studenti de La Cattolica, dice:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, quindi lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini di dignità, dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà.”

LUCA BRAIA – RISOLUZIONE DA VOTARE

Prima di fare la dichiarazione di voto, io vorrei inserire e proporre al Consiglio e ai colleghi la possibilità di una risoluzione comune, anche avendo acquisito le informazioni e gli elementi in un dibattito articolato per quello che è stato.

Devo dire la verità, non me ne voglia, insomma avrei molto gradito conoscere la posizione del Presidente Bardi che abbiamo voluto fortemente essere presente al dibattito per l’importanza che lo stesso ha per il futuro di questa comunità e io lo ringrazio per essere stato tutto il tempo ad ascoltarci comunque nell’aula ma…

…devo notare che chiaramente se non ci sarà una posizione è un elemento mancante, forse dobbiamo ammettere, forse, il principale parere avrebbe molto aiutato la discussione e anche immaginare una soluzione di carattere unitaria su quello che ancora auspico possa esserci in termini di voto, perché…

voglio dirlo per elemento di chiarezza, la mozione che è stata presentata la volta scorsa aveva dentro gli elementi principali descritti abbastanza in maniera chiara e dettagliata ma aveva l’obiettivo principale di animare una discussione di questo tipo, per tempo, rispetto ad una decisione che potrebbe determinarsi nel Consiglio dei Ministri convocato per il 3 luglio nel quale è incardinata la discussione ed eventualmente l’approvazione degli accordi preventivi proprio legati alle autonomie differenziate di queste tre regioni.

Quindi l’obiettivo era quello di fare una discussione, di arrivare a una risoluzione, un ordine del giorno, chiamiamolo come vogliamo, ma insomma un atto unitario, possibilmente unitario, che poi lo stesso Presidente a cui chiederemo eventualmente, se questa decisione, di inviare questo parere frutto di questa discussione, proprio a coloro che si apprestano comunque a prendere una decisione di questo tipo, consapevoli del fatto che quella decisione, ed è il motivo per cui l’accelerazione ha portato anche a una tempestiva mozione una tempestiva discussione, perché quella decisione tenesse conto comunque di un parere determinato dalla discussione di questo Consiglio regionale.

Io ritengo che un Presidente del Consiglio, un Consiglio dei Ministri avendo un parere delle regioni piuttosto che un comunicato stampa o lettere che ho letto, ho sentito ad esempio che il Presidente della Regione Calabria ha fatto proprio qualche ora fa direttamente alla Presidenza notificando per sue mani, quindi a nome di tutti probabilmente, una posizione della regione in quanto Presidente…

Noi lo abbiamo voluto fare, questo era l’intento al termine di un dibattito che vedesse Presidente, Presidente del Consiglio, Presidente della Regione, Consiglieri… partecipi e protagonisti di una decisione e comunque chiedo al Presidente di poter porre in votazione una risoluzione che cita testualmente questo, in termini enucleati in questa modalità:

“Considerato che le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il 28 febbraio 2018 hanno sottoscritto con il Governo altrettante preintese per ottenere maggiori competenze e risorse ai sensi dell’art. 166 terzo comma della Costituzione,

considerato che sul sito del Dipartimento affari regionali  con data 25 febbraio 2019 sono state pubblicate le intese parte generale con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna dalla quale si evince il criterio di finanziamento per le materie oggetto di trasferimento di competenze che il Ministro dell’Economia Giovanni Tria in audizione presso la Commissione Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale il 18 aprile 2019 ha segnalato che in alcuni casi le richieste regionali non appaiono del tutto coerenti con i principi costituzionali,

che nella medesima audizione il Ministro Tria ha sottolineato come nell’attuazione del federalismo fiscale per i comuni, l’assenza del LAP rende poco agevoli le scelte per il progressivo abbandono del criterio della spesa storica in favore del criterio dei fabbisogni e capacità fiscali standard e che in questi anni si è fatta prevalere l’esigenza di limitare gli effetti redistributivi del nuovo sistema attraverso complesse soluzioni tecniche quali il livello dei servizi della funzione di costo, il target perequativo al 50% e le clausole di salvaguardia per limitare gli eccessi;

che tali meccanismi nel limitare la redistribuzione danneggiano in particolare i territori con minore capacità fiscale per abitante tra i quali spicca la Basilicata che per i comuni ha un livello medio di 268 euro pro capite superiore solo alla Calabria, 253 euro, contro i 450 dello standard italiano e i 776 euro della Regione Liguria, in uno squilibrio che si moltiplicherebbe con il regionalismo differenziato,

diffida il Governo a procedere nella sottoscrizione di intese con le regioni richiedenti a meno che queste non contengano esplicita previsione della contestuale approvazione dei LAP i livelli essenziali delle prestazioni quali precondizione per attribuire maggiori competenze e risorse e

invita il Governo a correggere le attuali regole per il federalismo fiscale relativo si comuni definendo i livelli essenziali delle prestazioni ed eliminando distorsioni quali i target perequativo al 50% in luogo di una perequazione che la Costituzione prevede integrale al 100%.

Impegna la Giunta regionale della Basilicata a coordinarsi con le Giunte delle altre regioni di Italia meridionale per una proposta unitaria nella direzione dell’efficienza e della solidarietà che porti alla piena attuazione di tutti i principi di federalismo dalla verifica dei costi e dei servizi offerti alla perequazione infrastrutturale, in più

delega il Presidente del Consiglio regionale a proporre ai suoi omologhi delle regioni confinanti con la Basilicata una seduta straordinaria congiunta monotematica sul regionalismo differenziato aperta ai Consiglieri regionali di Campania, Puglia, Calabria e Basilicata da tenersi nella nostra regione e

a dare mandato alla Commissione competente, potrebbe essere Bilancio e Programmazione, ma in questo caso potrebbe essere qualsiasi altra, affinché istruisca un dossier di analisi della documentazione delle norme di approfondimento dal quale si possono valutare in fase di programmazione gli effetti e l’impatto del regionalismo differenziato sula Regione Basilicata con il coinvolgimento degli uffici del Dipartimento programmazione e finanza al fine di definire la proposta Basilicata.

In sintesi, comunicare al Governo che il Consiglio eventualmente vuole che si fermi la procedura in assenza, così come previsto dalla Costituzione, dei LAP non definiti e nel contempo che ci si faccia protagonisti di una discussione con le altre regioni, in termini di Giunta e di Consiglio per poter armonizzare e arrivare alla determinazione congiunta di tutte le regioni meridionali a difesa dei diritti della comunità che in questi territori vivono.

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